Un gioiello a ridosso del mare: la chiesa di San Nicolò Capodimonte (Camogli)

Oggi vi parleremo della nostra piccola escursione nel Parco di Portofino, un’escursione che ci ha fatto partire dal piazzale della Chiesa di San Rocco di Camogli fino al mare e, precisamente a Punta Chiappa.
Lungo il nostro sentiero, composto prevalentemente da scalini per cui è consigliato avere un buon fiato per percorrerlo in salita (il sentiero di per se non è difficile), abbiamo fatto la scoperta di un piccolo gioiello del territorio ligure, una piccola chiesa inserita nella lista dei monumenti nazionali italiani: sto parlando della chiesa di San Nicolò Capodimonte.

Ed è proprio di questa chiesa che vi parlerò oggi, grazie anche all’incontro con il custode dell’edificio che ci ha intrattenute raccontandoci la storia e vari aneddoti di questa bellissima e particolare architettura: il signor Ciro.

Situata a 93m s.l.m., l’edificazione dell’antica chiesa, di architettura romanica, risale circa al XII secolo ad opera dei canonici regolari di San Rufo sul luogo dove, secondo la tradizione, sorgeva già una cappella, dove oggi giorno è presente la torre campanaria, intitolata a San Romolo: questa data la porta ad essere una delle chiese più antiche di Genova e di quelle romaniche, l’unica totalmente restaurata.
Essendo addossata  su un monte, impossibile da raggiungere con i mezzi, i materiali per l’edilizia venivano trasportati su i Laudi, una barca a vela tipica di Riva Trigoso piuttosto robusta, dalla Sardegna a Genova e, una volta giunti allo scalo scaricavano e tiravano su il materiale con slitte trainate da muli.
Una curiosità particolare è quella che, ogni pietra è stata squadrata esattamente per il posto in cui si trova più di mille anni fa ed infatti, ad un occhio molto attento, si può notare, all’interno della chiesa, che nessuna pietra è uguale ad un’altra e che, tra di esse, come a voler ammirare il rigoroso lavoro dei costruttori dell’epoca, c’è da 3 ai 5 mm di malta.
I restauratori, un paio di anni fa, hanno inoltre fatto un prelievo di calciuoli tra le pietre della vecchia cappella, dove oggi sorge la torre campanaria, e la parte bassa dell’abside: il risultato, svolto tramite una datazione al Carbonio 14, ha datato la chiesa “antica” nel 940/960 d.C.

La chiesa, all’epoca napoleonica, subì molti saccheggi da parte dei soldati che razziarono tutto quello che trovarono: dagli ornamenti sui muri agli abiti intrecciati con fili d’oro negli armadi alle opere d’arte; gli abitanti del luogo, venuti a sapere di ciò, smontarono l’altare e lo seppellirono nel bosco salvandolo così alla razzia; l’altare tutt’oggi presente, infatti, è l’altare originale coevo con le pietre; successivamente al saccheggio fu sconsacrata e fu adibita ad abitazione per i pescatori: all’interno dell’edificio vivevano 3/4 famiglie di pescatori e l’abbazia divenne il loro laboratorio: è possibile, ancora oggi, vedere sul muro una macchia bituminosa, residuo della lavorazione delle sfilacce di manilla che servivano per calafatare le barche tra un asse e l’altra.

Tornando nella sala principale della chiesta, e più precisamente nel luogo dove nacque la chiesa, si può osservare quel che rimane della torre campanaria: all’epoca della costruzione, sul soffitto, era presente un’apertura che dava l’accesso al campanile che venne però chiusa nel tempo.
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Altri particolari interessanti che saltano subito all’occhio osservando l’interno di questa chiesa, è la statua posta a sinistra prima di salire verso l’altare e l’organo sulla destra.Prendiamo in esame questi ornamenti: la statua è del 600, della scuola di Guido Remo e, più che la statua in se, quello che lascia davvero increduli ad un occhio attento ed osservandola più da vicino sono gli occhi: tutti gli occhi delle figure, dalla madonna, ai serafini, ai serpenti sono fatti di cristallo.

 

L’organo, invece, è un organo portatile: osservandolo attentamente si possono notare gli anelli dove, una volta, venivano inserite le aste per poterlo portare in spalla da quattro portantini dietro la processione, intonando canti religiosi. Il nome esatto di questo organo è “organo positivo” in quanto, una volta giunta al termine la processione, veniva posato per terra dove l’organista, grazie ad un aiutante che muoveva i due mantici presenti per poter dare aria, si sedeva e suonava.
Restaurato nel 2000 al costo di 35.000.000 di lire, venne applicato un compressore ad aria elettrica e viene usato, ancora oggi, per messe, concerti e matrimoni.

 

Ma questa chiesa non smette mai di stupirci: infatti, quando sembra di aver esplorato tutti i suoi angoli, ecco che la nostra guida Ciro, ci mette al corrente di altri particolari: la chiesa è in discesa in modo tale che, in caso di pioggia, l’acqua scivola via, e, oltre a questo, una versione più spirituale, indica il bisogno di guadagnarsi l’altare andando in salita; inoltre la placca dell’altare è leggermente ruotata: se all’inizio poteva sembrare un errore di costruzione/posizionamento, la chiesa vista in pianta replica un Gesù morente sulla Croce, con la testa inclinata da un lato. (Per questa scoperta dobbiamo ringraziare sempre la nostra guida che, a seguito di molte ricerche, è giunto a questa conclusione).

Passiamo ora a parlare di alcune curiosità al di fuori della storia della chiesa o della sua architettura.
In quella che un tempo poteva essere la sacrestia (ora laboratorio del signor Ciro) vi sono molti quadri, tele e foto appese ai muri. Ovviamente non starò qui a farvi una descrizione di tutte perché andrei davvero tanto per le lunghe, ma vi parlerò solo di due delle cose principali che ci hanno maggiormente attratto: una foto di un prete e uno dei quadri che viene ripreso anche dall’altarino di pietra che si trova una volta giunti alle scogliere di Punta Chiappa.

Il prete nell’ovale, è Don Nicolò Lavarello, arrivato alla chiesa nel 1923. Nel ’24 ha instaurato la festa della Stella Maris che si tiene ogni prima domenica di agosto a Camogli. Accanto alla foto del prete, essendo strettamente collegata alla sua storia, troviamo il foglio originale della colletta che Don Lavarello aveva proposto per i restauri della chiesa quando era stato tolto l’intonaco barocco.

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E’ possibile leggere molti nomi e la relativa cifra in lire che hanno versato per beneficienza, ma il nome che sicuramente spicca più di tutti è quello del Cavaliere Borzo, nonché padre di Don Lavarello che, per la modica cifra di 2500 lire, comprò chiesa e abbazia dal regno che metteva all’asta i beni sconsacrati della chiesa (come abbiamo già detto in precedenza, la chiesa era stata sconsacrata a seguito del periodo napoleonico).

Il quadro, formato da quattro mattonelle e che raffigura la stessa immagine che ritroviamo nell’altarino a Punta Chiappa, rappresenta una caravella in mezzo alla tempesta che ha perso una vela: un marinaio cerca di recuperarla, altri cercano di raddrizzare l’albero maestro mente un altro è inginocchiato davanti al santo a poppa, sotto la bandiera della repubblica marinara di Genova (il che data anche l’affresco). Dopo alcuni studi e ricerche, vista la datazione, si è presupposto che il santo a poppa della caravella altri non è che Nicolò, il santo da cui prende il nome la chiesa.

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Ed eccoci alla fine:  dopo aver appreso la storia, gli aneddoti e le curiosità di questo piccolo gioiellino nascosto sulle alture di Camogli, a ridosso del mare, ci avviamo verso il mare per raggiungere la nostra meta: Punta Chiappa, passando per il pittoresco abitato di Porto Pidocchio.

Un particolare ringraziamento va sicuramente al custode della chiesa, il signor Ciro, che ha saputo intrattenerci ed incuriosirci con le sue storie.

Al prossimo articolo.
Stefy.